Oggi su Europa è uscito questo mio intervento, con inizio in prima. Titolo "La Gasparri e la decenza"
Il grande tranello
di Francesco Siliato
I ricavi di Telecom Italia sono dieci volte superiori a quelli di Mediaset, eppure già quando si operò la privatizzazione di Telecom nel 1997 e soprattutto in seguito, nel 1999 e nel 2001, il Gruppo Fininvest ha seriamente preso in considerazione l’ipotesi di entrare nella cabina di comando di Telecom Italia. Ma decise che il gioco non valeva ancora la pena di essere giocato; le televisioni generaliste non vivevano l’attuale crisi di ascolti e di raccolta pubblicitaria, e le compagnie telefoniche non erano, al di là della parole, in grado di predisporre nei fatti una concreta convergenza tra cavo telefonico e distribuzione di offerta televisiva. Nel maggio del 1999 Mediaset non si sente rassicurata dall’acquisizione di Telecom da parte di Olivetti, soprattutto per la decisione dei controllori di Telecom di creare una rete televisiva che potesse sul serio far concorrenza alle tre reti generaliste Mediaset. I nomi di Luciano Pellicioli, di altri manager e di conduttori televisivi di primo piano allarmano Mediaset. Nel 2001 la legge sul sistema radiotelevisivo approntata dal Governo Berlusconi inserisce delle clausole di salvaguardia sulla possibile espansione di operatori di Tlc nel mercato televisivo. Sono le norme che oggi impediscono al gruppo Fininvest di acquisire il controllo di Telecom Italia. Ma si sa le società possono essere controllate con quote anche di minoranza se le competenze e la forza, politica ed economica, della minoranza è tale da renderla dominante. Così fu ad esempio per la primimissima Telepiù. L’ingresso del Gruppo Fininvest in Telecom Italia aprirebbe una ulteriore declinazione del già vasto panorama di attributi del conflitto d’interesse. Un soggetto politico, leader del partito di maggioranza relativa in un Paese a regime parlamentare democratico che già detiene, unico al mondo, oltre il 60% del mercato pubblicitario televisivo, andrebbe a controllare un’impresa che controlla più del 60% del mercato telefonico. Susciterebbe qualcosa di più che imbarazzo, non solo in qualsiasi Autorità antitrust che fosse rispettabile, ma anche nei Governi degli altri Paesi. Il Gruppo Fininvest è già stato bloccato più volte, l’ultima in Germania, nei suoi tentativi di acquisizione di reti o gruppi televisivi all’estero, perché in quei Paesi non si ritenne opportuno affidare un comparto destinato alla ricerca del consenso, oltre che del profitto, com’è quello dell’informazione e dell’intrattenimento, ad un soggetto che fosse non solo straniero, ma soprattutto un soggetto politico e non solo industriale. L’acquisizione di una qualsiasi quota di controllo di fatto da parte del Gruppo Fininvest su Telecom, implicherebbe automaticamente l’impossibilità per l’azienda telefonica italiana di espandersi all’estero. Esattamente il contrario di quanto sia invece oggi opportuno e finanche necessario. Il conflitto di Governo verrebbe quasi a cadere, si potrebbe mai competere politicamente con qualcuno che controlla contemporaneamente la telefonia, le televisioni nazionali e una coalizione politica di centro-destra? Non è difficile immaginare cosa sarebbe accaduto se lo scandalo delle intercettazioni telefoniche fosse venuto alla luce in un’epoca in cui il Presidente del Consiglio fosse anche controllore di Telecom, delle reti Rai e delle reti Mediaset. Dal punto di vista dei contenuti poi, la combine di controllo tra telecomunicazioni e televisione significherebbe trasportare nel futuro l’attuale monopolio privato, che proseguirebbe anche sulla televisione a banda larga, l’Iptv, occupando tutti gli spazi disponibili e costringerebbe le altre aziende, telefoniche, televisive e gli internet provider, a vivere nel nostro Paese una esistenza precaria e senza sviluppi possibili. La multimedialità avrebbe un solo canale, moltiplicato in mille identici anfratti spettacolari.