Cronaca da una presentazione.
Non avevano molto da dire i soggetti che hanno partecipato alla presentazione del libro di Flavia Barca “Le tv invisibili” alla Rai di Roma. Sono intervenuti nell’ordine (se non ricordo male): Petruccioli, Cappon, Bergamini, Landolfi, Vimercati, Pilati, Selli, Berrini, D’Antonio, Parenzo, il sottoscritto Francesco Siliato, Somalvico; coordinatore Nepote Roberto. Alle 13:10 circa sono stato chiamato all’intervento, ed ho affermato, in sintesi, che le televisioni private si chiamarono “libere” come le radio nate con la Resistenza al fascismo, ed il nome era legittimato dalla liberazione dal fascismo. Negli anni ’70 da cosa ci si “liberava”? Dalla Rai, dalla comunicazione radiotelevisiva dei Governi; solo nel ’75 il controllo passa dal Governo al Parlamento. Le televisioni provate nascono quando la sinistra comincia ad avere un peso nei Governi e in Raie quando il controllo passa dal Governo al Parlamento, e dunque quando si può aspirare ad una informazione un minimo più pluralista. Non l’ho fatta lunga. Ho ricordato un intervento al Congresso di Livorno, mi pare della FRED, nel quale invitavo gli uomini e le donne che si erano avventurati nel creare radio “libere” a considerarsi parte del servizio pubblico, anzi il “vero” servizio pubblico. Il che, immaginavo, avrebbe spinto la Rai ad affrontare le sue contraddizioni e il movimento ad essere parte di un progetto di liberazione concreta anziché svolgere il ruolo che le era stato assegnato, aprire la strada alla rottura del monopolio e all’ingresso dei privati, con le radio nonstopmusic e la programmata concentrazione televisiva. Ma i leader dei ragazzi e delle ragazze dell’epoca non erano particolarmente svegli e lungimiranti; i giovani di allora del resto vivevano un sogno e dirgli di scendere a terra per vincere gli sembrò poco gratificante. Preferirono perdere tutto, nell’inconsapevolezza. Va be’, sarebbe stata un’altra storia, ma probabilmente non avrebbe potuto esserci nessuna storia altra, i progetti di chi esercitava allora il potere dentro e fuori dal Parlamentano avrebbe trovato il modo di realizzarli lo stesso, i propri progetti, però avrebbe faticato di più; così gli è stato regalato tutto da questo movimento caduto, cieco, nella trappola. Ho citato Riccardo Lombardi e la sua frase scritta su Il Ponte del 1972, che più o meno suona: la destra persegue obiettivi di destra mascherandoli con motivazioni di sinistra. Cosi fu.
Ho concluso l’intervento, sostenendo che le tv locali di oggi sono schiave della sindrome di Stoccolma, amano i loro carcerieri: gli editori di televisioni generaliste che ne impediscono lo sviluppo. Selli (FRT) ha ricordato che le concessionarie di pubblicità delle generaliste vanno sempre più a raccogliere la pubblicità locale per mandarla in onda sul nazionale; il che è possibile per la irrisorietà dei prezzi praticati. E la signora D’Antoni che le tv locali vivono grazie ai soldi pubblici. Pilati Antonio ne ha inventata una delle sue ed è stato smentito da un Parenzo in buona forma.
Ad maiora.
Da “La sindrome di Stoccolma, dott.ssa Cinzia Foglia:
Il termine “Sindrome di Stoccolma” è stato utilizzato per la prima volta da
Conrad Hassel, agente speciale dell’FBI, in seguito ad un famoso episodio
accaduto in Svezia tra il 25 ed il 28 agosto del 1973: due rapinatori tennero in
ostaggio per 131 ore quattro impiegati (tre donne ed un uomo) nella “camera di
sicurezza” della Sveriges Kreditbank di Stoccolma. Nonostante la loro vita fosse
continuamente messa in pericolo, durante il periodo di prigionia, che fu seguito
con particolare attenzione dai mezzi di comunicazione, risultò che le vittime
temevano più la polizia di quanto non temessero i rapitori, che una delle vittime
sviluppò un forte legame sentimentale con uno dei rapitori (che durò anche dopo
l’episodio) e che, dopo il rilascio, venne chiesta dai sequestrati la clemenza per i
sequestratori e durante il processo alcuni degli ostaggi testimoniarono in loro
favore.
Situazioni affettive simili a quelle descritte nel “caso originario” hanno trovato
riscontro in numerosi altri episodi di rapimento, suscitando il medesimo clamore.
Questa Sindrome può interessare ostaggi e rapitori di ogni età, di ambo i sessi,
di ogni nazionalità e senza distinzione di “background” socio-culturale.
Alcuni fattori ne faciliterebbero l’insorgere: la durata e l’intensità
dell’esperienza, la dipendenza dell’ostaggio dal delinquente per la sua
sopravvivenza e la distanza psicologica dell’ostaggio dalle autorità.
Direi che il concetto può estendersi a responsabili di apparati, anche della comunicazione. E che il caso delle televisioni locali possa considerarsi esemplare.